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Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe

Quando furono compiuti i giorni
La nascita di un bambino porta con sé un cambiamento sostanziale nella vita di una coppia, accudire ad una nuova vita è un impegno che coinvolge ogni istante della giornata. Agli impegni fisici e biologici si aggiungono quelli sociali e religiosi secondo la propria cultura e gli usi sociali.
Da noi c’è l’abitudine di mettere un fiocco alla porta per dare l’annuncio della nascita, ma è anche vero che la nascita di un bimbo è anche la nascita di una genitorialità tutta nuova fatta di impegni e attenzioni, di responsabilità e di emozioni: è una normalità che ha dello straordinario.
Giuseppe e Maria si mettono in viaggio da Nazareth a Gerusalemme – come è scritto nella legge del Signore – quaranta giorni dopo la nascita; non c’è niente di straordinario, solo l’attenzione alle tradizioni del proprio popolo.
Dobbiamo saper guardare alla quotidiana normalità della famiglia di Nazareth per apprezzare in essa la normale quotidianità delle nostre famiglie.

C’era un uomo
Luca si sofferma nella descrizione di Simeone e di Anna, persone molto avanti negli anni ma che non avevano perso nulla della freschezza della vita. La relazione profonda con lo Spirito Santo e la preghiera avevano fatto di loro degli osservatori dei vasti orizzonti della storia, lanciati nel futuro oltre ogni speranza. Come i loro contemporanei, non si sono rassegnati alla ritualità del tempio o alle lotte per spartirsi il potere che ne derivava, non si sono assuefatti alla realtà politica della occupazione romana né hanno cercato intrighi o strade di violenza. Non si sono accontentati del tempo presente per guardare lontano, diventati simbolo della fedeltà e della speranza lungimirante.
Luca ci racconta di loro perché siano anche per noi, oggi, maestri e profeti.
Il mondo oggi vive da rassegnato alle proprie impressioni e paure più che alla realtà; il nostro sguardo è corto e manca di limpidità, incentrato in una sorta di autoreferenzialità. Le statistiche dicono che la delinquenza è in diminuzione mentre la sensazione di paura è in aumento (TG1 del 28.12.17). Al di là di piccole esperienze positive, e intensi slanci di generosità provocati da situazioni di emergenza, la vita comunitaria offre nella quotidianità un panorama desolante sia sul piano civico ché religioso.
Simeone e Anna sono raccontati da Luca con l’intento esplicito di alimentare la speranza e l’attesa del futuro e rifuggire ogni rassegnazione ad un imprecisato incerto destino. Non hanno seguito chi urlava più forte, né improbabili promesse dei profeti di corte, non hanno seguito le agitazioni della massa, piuttosto hanno guardato ai piccoli segni, alla verità interiore alla presenza dello Spirito. È stata proprio la forza dell’attesa che ha permesso loro di incontrare e riconoscere il bambino tra tanti che in quel giorno erano portati al tempio da altrettanti giovani genitori.

I miei occhi hanno visto
Che cosa è la propria vita davanti ad una prospettiva grande? Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace; per Simeone ciò che conta è davanti ai suoi occhi, il resto ha perso di significato anche la sua stessa vita. Ciò che sembra rimanere è la libertà, trovata in quel bambino tanto da lasciare libero quel servo che nella attesa ha impegnato tutta la sua esistenza.
La prospettiva intravista è enorme e va oltre la sua persona, anche il suo popolo è un passo indietro in una visione universale: preparata da te davanti a tutti i popoli. Tutta la Scrittura ha un respiro universale eppure cozza con una mentalità nazionalistica d’Israele, che ancora riverbera nel pensiero e nel cuore di molti e di molti popoli ancora oggi.
Ma quale salvezza hanno visto gli occhi di Simeone? Solo un neonato di quaranta giorni. Come Mosè che dall’alto del monte Nebo contempla da lontano la terra promessa.
L’uomo di fede scorge nella piccolezza dei segni la grandezza dell’opera di Dio.

Don Luciano Cantini