Ancora un naufragio nel Mediterraneo: vite spezzate e diritti smarriti in Europa

Ancora morti nel Mediterraneo. Ancora vite spezzate. E, nello stesso tempo, un’Europa che discute di rimpatri e irrigidisce le proprie politiche migratorie.

Nelle ultime ore, al largo di Lampedusa e nel Mar Egeo, decine di persone – uomini, donne, bambini, persino un neonato – hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere un futuro possibile. Non sono numeri, non sono flussi: sono persone. E dall’inizio dell’anno sono già centinaia quelle che non ce l’hanno fatta.

Questo dramma si consuma mentre il dibattito pubblico e le scelte politiche sembrano muoversi in un’altra direzione. Il primo via libera del Parlamento europeo al nuovo regolamento sui rimpatri, oggi in fase di negoziato, segna un passaggio importante: l’obiettivo dichiarato è rendere più efficaci le espulsioni, ma il rischio è che questa efficacia venga perseguita a scapito dei diritti fondamentali.

Alcune misure contenute nel testo sollevano forti preoccupazioni: l’estensione dei tempi di detenzione fino a 24 mesi, la possibilità di trattenere anche minori – persino non accompagnati – e deroghe alle garanzie giurisdizionali in situazioni di emergenza. Ancora più delicata è l’ipotesi dei cosiddetti “return hubs” in Paesi terzi, che potrebbero portare al trasferimento delle persone migranti anche senza un reale legame con quei territori.

Si tratta di scelte che sembrano andare nella direzione di un cambio di paradigma: dalle politiche di accoglienza e integrazione a logiche sempre più orientate al contenimento e alla deterrenza.

Eppure, proprio mentre si rafforzano queste misure, il Mediterraneo continua a essere la frontiera più pericolosa al mondo. Senza canali legali e sicuri di ingresso, senza una politica europea realmente condivisa e solidale, queste tragedie non solo continueranno, ma rischiano di diventare la normalità.

Nel cuore del tempo pasquale, che richiama la vita che rinasce e una speranza più forte della morte, il contrasto è ancora più evidente. Non può esserci resurrezione senza umanità, né sicurezza senza dignità.

Comprendiamo la necessità di governare i fenomeni migratori con strumenti efficaci. Ma l’efficacia, da sola, non basta. Deve andare di pari passo con il rispetto della persona, con lo stato di diritto, con i valori su cui si fonda l’Europa.

Le migrazioni non sono un’emergenza passeggera, ma una realtà strutturale del nostro tempo. Per questo serve un approccio diverso: più umano, più equilibrato, più lungimirante. Un approccio capace di tenere insieme legalità, sicurezza e solidarietà, senza sacrificare i più vulnerabili.

Come ACLI, sentiamo il dovere di riportare al centro ciò che troppo spesso viene rimosso: il diritto alla vita, alla protezione, alla dignità. E di chiedere con forza che il negoziato in corso migliori il testo, rafforzando le garanzie e riaffermando con chiarezza i valori europei.

Perché non si può parlare di politiche migratorie dimenticando le persone. E non si può costruire il futuro dell’Europa lasciando morire il suo presente nel mare.

Fonte: www.acli.it