A poche settimane dalla conclusione del Giubileo dei detenuti, ACLI, insieme a numerose organizzazioni della società civile, promuovono un’assemblea pubblica dal titolo “Diritti, clemenza, umanità”, per rilanciare una riflessione collettiva sulle condizioni delle carceri italiane e sul senso della pena in uno Stato di diritto.
Il sistema penitenziario italiano vive da tempo una condizione di grave criticità: sovraffollamento crescente, condizioni materiali di vita non dignitose, difficoltà nell’accesso ai diritti fondamentali, carenza di percorsi di cura, lavoro e reinserimento. Una crisi che colpisce non solo le persone detenute, in particolare le più vulnerabili, ma anche il personale penitenziario, compreso quello sanitario e socio-assistenziale, che opera quotidianamente in contesti segnati da forte stress e isolamento.
Nonostante i numerosi appelli provenienti dal mondo ecclesiale e dalle più alte cariche istituzionali, a partire dalle parole di papa Francesco, non sono seguiti interventi strutturali adeguati. Anzi, sembra prevalere una logica di progressiva chiusura del sistema penitenziario, in cui la parola “clemenza” fatica a trovare spazio nel dibattito pubblico.
«Il carcere non può essere un luogo dove il tempo si ferma e le persone vengono dimenticate. Continuare a rispondere al disagio sociale solo con l’inasprimento delle pene non produce maggiore sicurezza, ma alimenta marginalità e recidiva. Rimettere al centro i diritti, la cura e la possibilità di cambiamento è una responsabilità che riguarda l’intera società», afferma Mariangela Perito, responsabile Giustizia riparativa delle ACLI nazionali.
L’Italia è chiamata a misurarsi con il dettato costituzionale dell’articolo 27, che stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Rimettere al centro questo principio significa affermare che anche la pena deve essere uno strumento di responsabilizzazione e di ricostruzione del legame sociale, non solo di esclusione.
L’assemblea del 6 febbraio intende aprire uno spazio pubblico di confronto che non si limiti alla denuncia, ma che sappia generare proposte e azioni condivise. Il dibattito si articolerà su tre assi principali: le condizioni della vita intramuraria e le misure penali, la salute come diritto fondamentale, il rapporto tra carcere, comunità e territorio.
Come ACLI, siamo impegnate da anni dentro e fuori dal carcere attraverso progetti di formazione, lavoro, tutela dei diritti e accompagnamento sociale, convinte che la società non debba chiudersi verso il carcere, ma dilatarsi, creando connessioni, opportunità e responsabilità condivise. In carcere vivono cittadini e cittadine, e la loro dignità non può essere sospesa.
Per questo chiediamo politiche capaci di coniugare giustizia, clemenza e umanità, non per indulgenza, ma per responsabilità pubblica. Perché la pena, se vuole essere giusta, deve essere riparativa, e il carcere deve tornare a essere un luogo in cui si impara la libertà, non l’abbandono.
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Fonte: www.acli.it

