IV Domenica del Tempo Ordinario

Nel vangelo secondo Matteo sono tre i monti verso cui Gesù si inerpica. Il primo monte si affaccia sul lago di Galilea, è il monte delle Beatitudini. Il secondo monte è alto, di nebbia, bellezza e di voce, è il monte della Trasfigurazione. Il terzo monte è il monte della notte e dell’abbandono totale al Padre, è il monte degli Ulivi. E se vogliamo ancora incontrarlo Risorto, siamo chiamati anche noi a salire sul monte che Lui ci ha indicato, salire insieme come fratelli al monte delle Beatitudini. Le Beatitudini sono la nostra resurrezione, il nostro incontro con Lui Risorto.

È un monte tra campi di grano ocra maturo e rocce nere, tra ulivi e fiori azzurri; su quel monte tira sempre un vento forte, uno sguardo planare sull’intera valle del Giordano. È bello ascoltare ancora l’eco potente di parole immense: «Felici!», «Beati!». Dieci volte sono ripetute, come dieci sono le parole scritte da Mosè per voce di Dio. Dieci Parole, dieci Beatitudini: si guardano in volto, solo insieme si comprendono e si completano. «Beato!» è parola che esisteva ben prima di Gesù: il salmista inizia tutto l’intero salterio con quella stessa identica parola, «Beato l’uomo» (Sal 1,1). Beato, felice: e tuttavia la felicità che indicano non è un qualcosa di appagante né di realizzazione.

Felice non è il sazio, felice non è il realizzato, felice non è l’accasato. «Felice» è colui e colei che sono in cammino, che si sono rialzati, che riprendono il passo. La felicità è data dal camminare: «In cammino!» i poveri in spirito; «Rialzatevi!» voi che siete nel pianto; «In alto i cuori!» i miti, «Risollevatevi!» affamati e assetati di giustizia; «Guardate avanti!» misericordiosi; «Riprendete il passo!» puri di cuore; «Coraggio!» operatori di pace; «Siete riscattati!» perseguitati; «Trovate la felicità!» anche nell’insulto, nella persecuzione, nella menzogna. Felici, incamminati.

Le Beatitudini sono il paradosso totale: mentre il mondo si sta dividendo verso forbici di ricchezza mai viste prima, felici sono i poveri; mentre il mondo intima a vergognarci della fragilità delle lacrime, felici sono coloro che sono nel pianto; mentre il mondo deride, arride, digrigna i denti, felici sono i miti; mentre il mondo è saturo di violenza, felici sono coloro che hanno fame e sete di un mondo più giusto; mentre il mondo sentenzia, felici sono i misericordiosi; mentre il mondo insegna a sospettare, felici sono i semplici di cuore; mentre il mondo corre alle armi, felici sono i disarmati operatori di pace; mentre il mondo difende il proprio buon nome e non si intromette, felici sono i perseguitati.

Perché le Beatitudini? Non servono per domani, sono necessarie oggi. Non sono una promessa futura che ogni testo religioso, o magico, ha predetto da sempre, ma una possibilità di Regno seminata già qui, e ora. Le Beatitudini sono il volto di Dio, presente nella nostra Storia, nella nostra vita. Le Beatitudini sono l’autenticità di Dio, il Dio vicino, con noi, sempre. Le Beatitudini sono il nostro volto, volto autentico che ci viene restituito. Le Beatitudini non ci fanno fuggire altrove, non ci alienano dal mondo, non sono oppio dei popoli: tutt’altro, ci immergono completamente facendoci amare il mondo, fino in fondo. Sono potenti le Beatitudini, parole immense che indicano tutta la forza possibile, senza usare della violenza. Insieme al Magnificat, insieme al Cantico delle Creature, sono parole che soffiano vita di Dio in noi.

Le Beatitudini ci fanno compiere un passaggio, una Pasqua: da folla senza nome a senza volto, passiamo ad essere un «voi, con il mio stesso volto». Ci danno nome, il suo nome; ci danno identità, ci offrono la sua stessa vita. Allora, tra le Beatitudini, teniamone una per noi oggi. Una sola, basta. Meditiamola, ruminiamola, mastichiamola, lasciamoci abitare da quella Beatitudine che oggi ci è affidata. Oggi, come insegna don Primo Mazzolari, le Beatitudini non siano predicate, ma lette insieme: «Oggi leggo le beatitudini. Leggo, non predico. Le beatitudini non si predicano: non sono per gli altri. Nessuno può darle a parole. Se le predico, tutti notano che io ne sono fuori. Cristo no, lui solo parla dal di dentro di ogni Beatitudine: lui povero, mite, pacifico, misericordioso, lui il percosso, il morente. Che non si possano predicare l’ho capito bene in una lontana domenica, quando mi fu imposto dietro minaccia: tu prete oggi non predicherai. E quel giorno il prete ha letto soltanto: ma nel leggere egli piangeva e gli altri piangevano. Le parole che hanno la virtù di far piangere, o di gioia o di vergogna, non si predicano».

Don Andrea Varliero