“Non rubo, non uccido, non do fastidio a nessuno e mi faccio gli affari miei”; “Peccati non ne ho, perché non faccio niente di male”. Frasi ricorrenti con cui tante persone vorrebbero giustificare la loro condotta cristiana e con le quali si crede di essere puntuali e risoluti con la propria coscienza. Anche al confessionale non è raro che tante persone non sappiano cosa riferire al sacerdote, perché convinte di essere perfette o quantomeno non propriamente manchevoli.
A prescindere dal fatto che il peccato grave può riguardare anche l’omissione nel fare il bene o le varie mancanze anche lievi verso Dio e verso il prossimo; senza considerare che anche il semplice distacco, l’egoismo, l’indifferenza nei confronti degli altri, possono essere causa di gravi mancanze e che comunque albergano sempre delle imperfezioni che solo un accurato esame di coscienza può rivelarci, ebbene l’insegnamento e l’esempio di Gesù basta a dimostrare che la vita cristiana non è affatto mediocrità e non si contenta della lettera morta di un monito esteriore. Siamo tutti vocazionalmente chiamati ad essere perfetti come perfetto è il Padre che è nei cieli (Mt 5, 48); il battesimo ci ha resi figli di Dio, facenti parte dell’unico Corpo di Cristo e quindi anche partecipi della sua missione di redenzione e di salvezza, strumenti della sua opera di amore e di riconciliazione. Sull’onda delle Beatitudini di cui alla scorsa Domenica, siamo tutti chiamati non solamente ad essere irreprensibili, completi nell’amore e a mirare alla perfezione. Essere perfetti vuol dire essere integri e completi nell’amore. Come Lui ci ha amati fino alla fine, anche noi siamo chiamati ad amarci gli uni gli altri e ad estendere l’amore anche verso i nemici e gli avversari. Non è sufficiente quindi la mediocrità o l’approssimazione del Comandamento, occorre anche che superiamo noi stessi, che ci sospingiamo nel dare con abnegazione, anche fino all’eroismo. In parole povere non basta non fare il male e fare ciascuno il proprio dovere, ma occorre fare il proprio con amore e donarci senza riserve in ogni situazione. Non è sufficiente stare lontani dal male e non commettere alcun atto peccaminoso, ma occorre anche vincere il male facendo il bene (Rm 12, 21) e amare il prossimo come Lui ci ha amati.
Isaia nella Prima Lettura è abbastanza esplicito intorno al “vero digiuno”; rivolgendosi a una generazione che si limita alle sole pratiche esteriori e alla mera cultualità, rivendica che il digiuno, seppure comporti l’astinenza e la rinuncia fisica, non deve omettere le opere di carità sincera e disinteressata verso il prossimo, specialmente verso quello indigente e bisognoso, poiché è quella la vera finalità della prassi di rinunciare ai cibi. Anzi, a dirla con tutta sincerità, non serve a nulla e neppure ci ottiene dei meriti mortificare le nostre membra con astinenze, privazioni, rinunce, se poi il nostro atteggiamento resta sempre perverso, ipocrita e interessato e se a codeste attitudini non si associano misericordia, bontà e amore al prossimo nelle concretezza dell’essere prima ancora che nel dare. Digiuni, preghiere, devozioni, consuetudini cultuali sono semplicemente mezzi per il conseguimento della perfezione, ossia dell’amore e della carità sull’esempio di Cristo; non vanno identificati come atti fini a se stessi. In che cosa consisterebbe la novità del Regno che Gesù ha realizzato con la sua incarnazione, dove risalterebbe la sua straordinaria opera di salvezza e di redenzione, dove si paleserebbe il vero senso della redenzione e della salvezza, se il nostro atteggiamento non dovesse essere differente da quello dei comuni uomini o dei pagani, atti a fare del bene solo per averne il contraccambio (Mt 5, 46 – 47)? Cosa faremmo di straordinario o di meritorio, come cristiani, se fossimo chiamati alla semplice mediocrità o se giustificassimo l’abulia e l’indolenza? Come si diceva poc’anzi, il Battesimo e i sacramenti ci hanno resi invece speculari del vero amore di Cristo, quello che ha amato fino alla fine, fino a farsi uomo per noi e a morire sulla croce per il nostro riscatto, perdonando ai suoi stessi aguzzini. Siamo chiamati a rendere testimonianza che l’amore di Dio è proprio questo, quello incarnato dal suo Figlio Gesù Cristo, che è andato ben oltre all’astensione dal male. L’amore che ha raggiunto tutti gli uomini, per il quale il “prossimo” è anche il nemico, l’avversario e l’indisponente, che va guardato con la stessa intensità con cui Dio da sempre guarda ogni uomo. Siamo chiamati quindi ad andare oltre il consueto e a fare quello che altri non farebbero al nostro posto; a rifuggire la tiepidezza che viene rimproverata dallo stesso Cristo a chi non è “ne’ caldo, né freddo”, quindi inane e insignificante (Ap 3, 15 – 17). Siamo chiamati a distinguerci dalla logica comune per elevarci ed essere riflesso dello stesso amore di Gesù.
La vocazione di ogni battezzato è quella di essere “sale della terra e luce del mondo”, in modo che la nostra umiltà possa apportare benefici espliciti anche senza il nostro apparire e in modo che siamo l’irradiazione di quella luce che illumina le genti che Cristo è egli stesso e di cui siamo chiamati a rendere testimonianza. Il sale non si nota immediatamente dopo la cottura di un piatto, ma lo si riscontra nel momento in cui si assaporano i cibi; quando esso viene a mancare questi sono vacui e non esaltano il palato. Così dev’essere chiunque si conformi a Cristo, capace di dare “sapore” e significato alla realtà di questo mondo insensato, senza che esalti se stesso, ma esaltando la realtà tutt’intorno.
Padre Gian Franco Scarpitta

