VI Domenica del Tempo Ordinario

Volto a volto. Cerco di incontrare l’arte contemporanea come occasione di crescita. Ho visitato con interesse musei contenenti opere della seconda metà del Novecento e dei primi anni del Duemila, a New York, a Londra, a Roma, a Istanbul, a Vienna, alla Biennale di Venezia; entro sempre volentieri dove una mostra offra un’opportunità di lettura del nostro mondo contemporaneo. L’arte dovrebbe dire il mondo che viviamo, a volte ci riesce in modo straordinario. Recentemente sono entrato al Centro Pompidou di Malaga, dopo tanto sovrabbondante barocco spagnolo si è rivelato un’autentica doccia fredda. Opere banali, pigre, senza alcuna provocazione sociale, povere di materia, di genio, di pathos. Una mi è rimasta, una soltanto. Un’artista, Marina Abramovic, che usa il volto come specchio ai nostri volti, il corpo come strumento artistico che provoca. Volto a volto.

Volto a volto stanno Gesù e i comandamenti, Gesù e la Torah. Il Dio di Gesù Cristo e il Dio della Torah si comprendono unicamente se si guardano, volto a volto. Non è un Antico Testamento finalmente sostituito dal Nuovo, il Dio di Misericordia che finalmente supera il Dio della Giustizia. Non è un Primo Testamento che ormai ha scritto la parola fine, superato da un Secondo Testamento, un Dio di novità che supera il Dio del passato. Sul Monte delle Beatitudini oggi comprendo un qualcosa di fondamentale: Lui non è venuto per abolire, ma per portare a compimento. La nostra sete di novità, la nostra fretta, la nostra insofferenza, i nostri luoghi comuni ricevono una battuta d’arresto.

«Avete inteso che fu detto». Ebbene: andate al cuore, andate fino in fondo, andate al senso di quello che avete ascoltato. Non ucciderai. Non adultererai. Non giurerai. Quante volte ci siamo sentiti in regola per non aver combinato nulla di male, quante volte ci siamo confermati per tutto ciò che non abbiamo fatto. Rubare, mica ho rubato; uccidere, mica ho ucciso; tradire, mica ho tradito: non ho fatto nulla di male. Ebbene, andate al cuore. Posso uccidere anche con le parole. Le nostre parole sono sassi pesanti, coltelli crudeli: «Tu sei sempre così, non cambierai mai», «Alla tua età facevo meglio», «Mi stai facendo soffrire», «Non diventerai mai niente», «Dovresti essere come tuo fratello, tua sorella». Ci chiede di andare al cuore delle parole, la responsabilità di un mondo che le parole creano e distruggono. Ci chiede di non adulterare le persone. Posso anche rimanere, ma con il cuore essere altrove. Fare del gran male dentro casa, abusarne spiritualmente, moralmente, umanamente. Ci chiede di non giurare, di non strapparci le vesti né riempirci la bocca di Dio. Posso giurare e spergiurare per il Signore, ridurlo ad un fenomeno da baraccone, piegarlo a me, falsificarlo. Non giurare affatto, ma essere capaci di Sì e di No, limpidi e semplici. Dunque, andare al senso di quello che viviamo. Ci chiede di tagliare, potare, cavare: sono i verbi della primavera, i verbi della cura di una pianta perché possa germinare e fiorire, possa diventare albero.

Ringrazio il Signore per queste parole dure come pietre, che mettono in crisi. Parole impossibili e paradossali. Che fanno entrare in contatto con il luogo intimo, tante volte dimenticato. Una stanza interiore che la fretta, la distrazione, il rumore di fuori, stanno soffocato. Quella stanza si chiama coscienza. È un luogo in cui Lui ancora mi sta parlando, sta sussurrando in silenzio. È quella stanza che mi mette a disagio, senza sapere bene perché. Che mette in allarme, anche se tutto sembra tranquillo. Che indica direzione diversa, anche se l’orgoglio non permette di cambiare traiettoria. Una stanza interiore che avverte felicità e dolore, che conosce la tristezza morale e la felicità nella fatica. Una stanza da abitare ogni sera, a fine giornata, un caminetto di intimità in cui condividere volti, parole, slanci e forzature. Un esame di coscienza per ritrovare se stessi e Lui.

Ringrazio il Signore perché la libertà che vivo è immensa, grazie a Lui. La libertà interiore che vivo anche quando le pareti di casa soffocano. La libertà interiore persino quando è una cella la mia stanza, un inferno il mio ufficio, un lago di ghiaccio i colleghi. La libertà interiore che mi permette di dire che domani sarà migliore di oggi, che una novità è possibile. Davanti a noi, ripete il Siracide, stanno sempre la vita e la morte, scelte di bene e scelte di male. La libertà di decidere ci è data anche nella più avvilente delle schiavitù, anche nelle nostre storie segnate da altri, nonostante tutti gli ostacoli che la vita ci ha posto davanti. La libertà di decidere, nei minimi gesti, nelle inezie, che rendono immenso il mondo.

D. Andrea Varliero