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Commento al Vangelo delle Domenica II^ di Pasqua 12 Aprile

Le letture oggi presentano la comunità cristiana come frutto dell’evento pasquale, luogo di esperienza della risurrezione.

E’ una comunità che fatica a credere nel Risorto (Gv 20,19-31). Ecco persone impaurite,  ripiegate su di sé: “erano chiuse le porte per timore dei giudei”. Il luogo chiuso  è assimilabile ad un sepolcro; appunto il  sepolcro della paura. Ne ho parlato a Pasqua. Chiudersi per paura dell’esterno,  del mondo,  è una tentazione costante della chiesa, anche oggi.

La paura può essere vinta solo dalla fede (II lett. 1Gv 5,1-6).

Gesù viene in mezzo alla sua comunità per farla passare dalla paura e dalla incredulità  alla fede.

Esemplare Tommaso, “didimo”, gemello di ognuno di noi, di noi che abbiamo sempre bisogno di passare dall’incredulità alla fede.  I credenti, infatti,  rimangono in qualche misura “non credenti”. Come scrive il card. Martini:  “Il credente non è altro che un non credente che ogni giorno si sforza di credere”.

Tommaso, persona schietta, pensante, concreta, non si accontenta delle parole degli amici, chiede prove e molte: “vedere il segno dei chiodi, mettere il dito nel segno dei chiodi, mettere la mano nel fianco” trafitto. Una fede autentica non si accontenta del “sentito dire”, non si basa su atteggiamenti semplicistici o creduloni, ma richiede discernimento.

Se fosse il “vedere” e “toccare” la via per giungere alla fede, per nessuno sarebbe possibile credere.  Il seguito della scena dimostra che è necessario non “vedere per credere”, ma “credere per vedere”.  Solo la disponibilità a credere alla Parola permette di aprire gli occhi.

Infatti non si dice che Tommaso abbia toccato; è riferito l’invito di Gesù a mettere il dito e a “non essere incredulo”. Per mezzo della  parola Gesù vince la resistenza di Tommaso e gli indica come è possibile aprirsi alla fede: non toccando le ferite, nel vano tentativo di avere delle prove, ma lasciandosi toccare dalla parola. E così Tommaso abbandona ogni difesa: come travolto da un fiume di grazia, confessa: “Mio Signore e mio Dio”.

Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”. La beatitudine è per noi: noi che non possiamo vedere per credere, ma possiamo credere e così vedere la presenza del Risorto nella sua chiesa, nella vita, nel mondo.

E c’è un momento privilegiato, ci dice ancora il vangelo,  in cui il Risorto incontra la sua comunità e fa passare dall’incredulità alla fede:  è  l’assemblea domenicale: “il primo giorno della settimana venne Gesù” e poi “otto giorni dopo venne Gesù”. Ogni domenica veniamo qui per accogliere il  Signore che “viene”, e per risentirci dire, tutti, da Lui: “non essere incredulo, ma credente”.

La  comunità  che accoglie il Risorto, diventa accogliente. Interessante! Tommaso, che non ha creduto  all’annuncio fatto dai suoi fratelli, non è cacciato, discriminato, escluso, ma  accolto, – da incredulo – dagli  altri discepoli “otto giorni dopo”. Nella comunità del Risorto “le negatività e i peccati  di uno sono conosciuti,  accolti, non giudicati dagli altri” (Bose).  E’ una comunità disposta a  confrontarsi con le incertezze della fede dei suoi membri. Sa che per giungere alla fede in Gesù sono molteplici gli itinerari e diversi i tempi ed è necessario rispettare il travaglio della ricerca, perfino il rifiuto di credere; e saper attendere.

Una comunità, quindi,  accogliente che non esclude.

Ma anche Tommaso non si è escluso, non l’ha abbandonata: è tornato insieme agli altri “otto giorni dopo”.

E Gesù non va ad incontrare Tommaso isolatamente, non so, per strada, in casa sua; Gesù  torna quando i discepoli sono insieme. Ogni passaggio dall’incredulità alla fede è certo un’esperienza personale, ma avviene sempre nella relazione con gli altri. Non si  crede da soli.

Siamo  consapevoli che l’essere, diventare  comunità è un dono  che ci facciamo gli uni gli altri per la comune edificazione, la reciproca conferma nella fede, il mutuo incoraggiamento? E’ indispensabile essere accoglienti, ma insieme aver fiducia di essere accolti e rimanere fedeli all’incontro con il Risorto e con gli altri anche quando insorgono  incomprensioni o attraversiamo momenti di delusione.

Abbiamo un ideale, un modello: la comunità di Gerusalemme, di cui ci parla la prima lettura (Atti,.4,32-35).

I credenti avevano “un cuore solo e un’anima sola … Fra loro tutto era comune …. Nessuno era tra loro bisognoso”. La comunità vive la comunione dei beni, non solo spirituali, ma anche economici, ed è attenta ai bisogni dei poveri.  “La comunione materiale, l’abolizione dell’escludente “mio” per passare alla condivisione che sovviene ai bisogni di ciascuno, è elemento centrale della testimonianza, diretto riflesso dell’evento pasquale” (Bose).

Certo Luca  ha idealizzato la comunità di Gerusalemme, ma proprio per proporla come modello. E’ una comunità nata dalla risurrezione e insieme segno, prova che la risurrezione di Gesù ha immesso nel mondo una energia unica di amore, di fraternità.

Con grande forza … davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore”. Se la testimonianza del Vangelo, della risurrezione ha o  non ha “grande forza” non dipende tanto dalle teologie, dalla spettacolarità delle liturgie, dall’organizzazione, dagli appoggi politici e legislativi, dall’abbondanza dei mezzi, anche economici, ma da quanto siamo vicini o distanti da quell’ideale di comunità.

Ma ci sta sempre  davanti quell’ideale  di comunità nella quale “fra loro tutto era comune … nessuno era tra loro bisognoso”.

 

Don Aldo Celli