Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

Corpus Domini. Questa è la domenica del Corpo di Cristo: la Chiesa ha già celebrato il Giovedì Santo, la Pasqua del Signore. Ha già vissuto la memoria di quella Cena, l’ultima di una vita e la prima di una Alleanza rinnovata. Ha già interiorizzato la lavanda dei piedi, il Corpo e il Sangue offerti in dono totale. Oggi celebriamo il Pane da una prospettiva diversa, è come se lo comprendessimo come respiro del mondo. Il respiro del mondo.

Tutto è ispirato dal pane. Tutti gli elementi del cosmo contenuti in una briciola di pane. Il fuoco. La spiga ha assimilato completamente il calore del sole, il chicco è maturato alla luce di una stella, l’impasto ha accumulato la cottura antica in un forno; il pane mangiato rilascia fuoco, energia al nostro organismo. È il pane che dona nutrimento, fuoco che scalda la vita. Nel pane, c’è il fuoco. L’acqua. Di acqua e farina è impastato il pane. Più l’acqua è pura, fresca, sorgiva, più il pane è buono. Quel gusto del pane di montagna solo una fonte alpina può donarcelo. Il pane sazia la nostra sete. Nel pane, c’è l’acqua. La terra. Dalla terra nasce il pane, da una spiga selezionata dal lavoro dell’uomo, dai secoli di una sapienza antica. Frutto della nostra terra, opera del nostro lavoro: nel pane c’è questa nostra terra arata e custodita. L’aria. Il pane è organismo vivo, respira, si impasta di lievito e di farina e di acqua, di ossigeno e di anidride carbonica. Nel pane, vive tutta l’aria. Dunque, il pane significa l’universo. Potessi ridare la forma del pane alla ricerca, all’universo, alla natura, all’arte, alle parole, alle mie giornate: sarebbe cosa buona, sarebbe cosa bella come il pane.

Tutto espira, tutto si muove grazie al pane. La nostra vita assomiglia tantissimo al respiro del pane. A pensarci bene tutti i verbi legati al pane sono gli stessi verbi della vita. Seminare, crescere, maturare, mietere, macinare, impastare: immagini della nostra stessa esistenza. Abbiamo consumato e siamo stati consumati, abbiamo divorato e siamo stati divorati, abbiamo mangiato e siamo stati mangiati: come il pane, così la nostra vita. Sì, è la vita di tutti noi, nostro comune destino. Tutte le nostre vite sono pane che si consuma: eppure, ci è data la possibilità che queste esistenze diventino Eucarestia, ringraziamento e dono. Ci è dato di trasfigurare il Pane in Corpo, di trasfigurare questa vita che si consuma, queste lacrime, questo sbriciolarsi, in un dono, di farne Eucarestia. «Fate questo in memoria di me»: quando mi rendo pane per gli altri, è in sua memoria. Quando nutro, quando sono presente a tavola, quando sono pane spezzato, è in sua memoria. In memoria di Lui.

Il corpo, il Pane. Questa sera il Pane uscirà di Chiesa e incontrerà la città, i nostri paesi, le nostre piazze. Incontrerà indifferenza, fretta. Incontrerà finestre abbassate, solitudini. Incontrerà tensioni e contraddizioni. Sarebbe meglio rimanesse dentro, rinchiuso nel tabernacolo, nella zona di conforto: ma così perderebbe del suo significato, del suo gusto, non sarebbe più pane per la vita del mondo. Ha ancora tanto da dire quel Pane, se lo ascoltiamo. Possiamo spezzarlo insieme, e sederci insieme ad una tavola di fraternità. Possiamo condividerlo, diventa meno fredda questa solitudine. Possiamo per un attimo fare silenzio, portare la mano sulla bocca, ad-orarlo, e ascoltare il respiro del mondo, di Dio. Possiamo farne memoria. «Don, posso leggere una lettera per mio nonno, mia nonna, questo mio amico, questa sorella?» mi viene chiesto qualche volta ai funerali. E trovo spessissimo tra quelle righe dell’ultimo saluto il ricordo di un piatto cucinato, di un pasto condiviso la domenica, di un aroma tutto particolare uscire dalla cucina. I nostri cari ci hanno detto per una vita intera «ti voglio bene» allacciandosi il grembiule e accendendo i fornelli; non avendo il coraggio di dirlo apertamente, hanno usato il sinonimo: «Hai mangiato?». L’ultimo ricordo è anche un dare sapore alla vita in Dio. La memoria che il cibo lascia nelle nostre esistenze è indelebile. Perché mangiare non significa solo riempirsi lo stomaco. Il cibo è in grado di farci fare un viaggio nel passato, di evocare emozioni, di dimostrare chi siamo, di raccontare una storia.

In quel Pane, Dio non è solamente Padre che suda insieme a noi per il pane quotidiano. In quel Pane, vi è tutta la maternità di Dio, Madre che nutre tutti i suoi figli, nutre tutta la vita, nutre persino sorella morte. Ecco il Pane degli angeli, ecco il Pane dei pellegrini: per essere buoni come il pane, per riprendere il nostro pellegrinaggio con il pane spezzato insieme, per incontrare Dio Padre e Madre che nutre. Una canzone francese ripete: Senza pane e senza vino, l’amore non è nulla. Senza il Pane, l’amore non è nulla.

Don Andrea Varliero