Si alzino le bandiere bianche

*Si vis pacem, para pacem. Perché il detto attribuito agli antichi romani, “si vis pacem, para bellum”, è un clamoroso fake. Il senso è più banale di quel che sembra: convincere il popolo che la guerra è il male minore, o che è l’unica alternativa, l’unica speranza. Ma sarebbe meglio dire: “se vuoi la guerra, preparati ad andarci tu, in prima linea!”. Il conflitto armato è sempre voluto dai vecchi, che mandano a morire, però, i giovani. Viviamo un tempo segnato da conflitti, divisioni, sentimenti nazionalisti, contrapposizioni. Quando abbiamo pensato che la Guerra Fredda risolvesse, almeno, il problema del conflitto armato, non ci siamo accorti che questa, però, ci ha abituati alla paura. Ma la paura non è un sentimento in grado di cronicizzare: la paura è diventata la principale strategia per gestire i mercati economici, per indirizzare gli elettori alle urne, per imporre le proprie idee. Ma noi, verso la paura, vogliamo alzare bandiera bianca: pensiamo alla vita dei nostri giovani, sconvolta dapprima dal terrore del Covid, oggi da quella della guerra. Negli adolescenti la paura sta attivando due meccanismi opposti: il ritiro sociale e le fobie da un lato, il senso di sprezzo del pericolo dall’altro, per quelli che pensano di non aver più nulla da perdere, dato il clima di terrore a cui li abbiamo abituati. Spesso diciamo di essere nati nel periodo di pace più lungo della storia, ma questo significa non vedere che la Guerra Fredda, in questi anni, non ha affatto evitato decine di sanguinosi conflitti in diverse parti del mondo. La pace che viviamo è una “pace negativa”, cioè una parentesi di apparente tranquillità che ci ha preparato al prossimo conflitto. La contaminazione dei germi di guerra, prima o poi, prenderà il sopravvento. Vogliamo dire, allora, che è giunto il momento di alzare bandiera bianca, per una pace vera. Sfortunatamente la pace è oggetto del “politically correct” per eccellenza. Affermare i valori pacifisti ci fa stare dalla parte giusta, certo, ma non ci fa fare nemmeno un passo verso l’effettiva conquista di una condizione di pace stabile e duratura. Noi non siamo utopisti e quindi non vogliamo affidarci al buon cuore degli uomini. No, anche la pace, come la guerra, si può ottenere per via impositiva. Come? Solo chi ha il potere di governo sui popoli e le nazioni può imporre la pace e usare sistemi nuovi per regolare i conflitti sociali e tra stati. Fare la pace richiede sforzi e sofferenza, forse quanto la guerra: perché, allora, preferire la seconda? Non possiamo restare in silenzio di fronte alla dichiarazione del Presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel: chi gli ha dato mandato di pronunciare quelle parole? Senz’altro non ci rappresenta, come Associazione e nemmeno come cittadini europei. La logica del “prepararsi alla guerra per ottenere la pace” è pericolosa e fallace. Ricordiamo che le stesse parole furono usate dalla nostra Presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel 2022, allora semplicemente Presidente di Fratelli D’Italia, al CPAC di Orlando, in Florida: “in politica estera, quando si tratta di difendere interessi strategici e valori fondamentali, una dimostrazione di debolezza non è un’opzione. Gli antichi romani dicevano: “Si vis pacem, para bellum, se vuoi la pace, prepara la guerra”. Queste dichiarazioni ci preoccupano.

Cominciamo a far sentire la nostra voce almeno sulle politiche di disarmo. Difendiamo la Legge 185/90, che oggi rischia di essere svuotata. Richiamiamo la politica al suo compito: queste elezioni europee sono la nostra occasione per far sentire la nostra voce. Chiediamo direttamente ai candidati e alle candidate la loro posizione sulla guerra e votiamo di conseguenza. La matita dell’urna è l’unica “arma di pace” che abbiamo a nostra disposizione: usiamola.

Emiliano Manfredonia, Presidente nazionale ACLI

Fonte: www.acli.it