XXV Domenica del Tempo Ordinario

La Parola di Dio di questa domenica inizia con un invito alla conversione, cioè a sperimentare concretamente un cambiamento di atteggiamento e di stile di vita: «Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui
e al nostro Dio che largamente perdona»
(Is 55,6-7).

Essere in un atteggiamento vigile e permanente di conversione è un’insistenza che ci preoccupa perché

– in questo momento potremmo essere ben impegnati nella vita e nelle attività della nostra comunità, ma allo stesso tempo, portiamo con noi sensi di colpa perché percepiamo la difficoltà di obbedire sempre a tutti i dieci comandamenti e agli insegnamenti morali della nostra Chiesa;

– potremmo essere “bloccati” nei nostri vizi senza essere in grado di compiere passi verso la liberazione;

– potremmo sentirci “a nostro agio” in uno stile di vita che si conforma alla cultura dominante del consumismo e dell’individualismo, cercando sicurezza nel denaro, valorizzando il tempo libero e una pratica religiosa superficiale, partecipando occasionalmente alla celebrazione domenicale del Signore senza sfruttare tutte le opportunità di formazione e gli eventi offerti dalla nostra comunità cristiana;

– potremmo persino vivere completamente distaccati dalla nostra comunità, in una vita infernale di conflitti, completamente dominati dai “demoni” dei nostri istinti, sentimenti e pensieri egoistici, isolati nella difesa del nostro “Ego”.

Per usare il linguaggio simbolico della parabola raccontata da Gesù: potremmo essere operai nella vigna del Signore dalle nove, da mezzogiorno, dalle tre del pomeriggio o dalle cinque, quando manca poco al tramonto.

L’ideale di chi ha compiuto passi concreti verso la conversione si può contemplare, questa domenica, nella testimonianza di vita dell’apostolo Paolo.

Egli, da nemico di Gesù e persecutore dei cristiani delle prime comunità di Gerusalemme, divenne un grande santo ed evangelizzatore, perché l’apparizione di Cristo risorto sulla via di Damasco trasformò veramente la sua vita. L’apostolo Paolo potrebbe rappresentare oggi tutti quei cristiani che sono fedeli operai nella vigna del Signore. Fin dall’alba sono nella piazza del villaggio, figura simbolica della comunità cristiana; sono ben disposti a lavorare per la realizzazione del regno di Dio nella storia di questo mondo e dell’umanità. Il lavoro nella vigna del Signore potrebbe rappresentare la lotta per la causa del regno di Dio Padre. Hanno già scoperto e apprezzato la moneta d’argento del loro salario, che potrebbe simbolicamente rappresentare lo Spirito Santo, il sostentamento della loro vita.

Scrivendo ai Filippesi, Paolo descrive l’ideale di una persona convertita come segue: «Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo. Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo» (Fil 1, 20c-24.27a).

I tre passi per vivere in un atteggiamento permanente di conversione

Il primo passo è decidere di andare in piazza, cioè frequentare la nostra comunità.

Se le persone della parabola non fossero andate alla piazza del villaggio, non avrebbero ottenuto il lavoro nella vigna e non avrebbero ricevuto la moneta d’argento per il lavoro di quel giorno. Decidere di andare in piazza significa dare valore alla propria comunità cristiana. Con la nostra presenza fisica in questo luogo di incontro, celebrazione, formazione e condivisione della fede e della vita, possiamo trovare la forza per realizzare l’ideale di glorificare Cristo con i nostri corpi, lottando per la causa del regno di Dio e superando gli ostacoli che impediscono la nostra santità.

Il secondo passo è percepire la potenza del perdono divino che ci apprezza per come siamo, qui e ora. Perseveranti nella comunità, possiamo vivere la seconda esperienza che ci spinge alla conversione: scopriamo che Dio ci ama così come siamo e nella situazione in cui ci troviamo, sia che siamo como quei lavoratori delle nove, o di mezzogiorno, o delle tre del pomeriggio o delle cinque di sera. Non è normale che un imprenditore agricolo chiami le persone a lavorare a tutte le ore del giorno, nemmeno poco prima del tramonto. Il perdono divino è innanzitutto un atto di fiducia divina nella nostra dignità umana e nella nostra capacità di conversione, nonostante i nostri peccati e le nostre fragilità fisiche, psicologiche e spirituali. Noi possiamo scoraggiarci. Ma il Padre, unito al Figlio nello Spirito Santo, non si scoraggia mai perché «i suoi pensieri non sono come i nostri pensieri, né le nostre vie sono come le sue vie. Come i cieli sono più alti della terra, così le sue vie sono più alte delle nostre vie e i suoi pensieri più alti dei nostri pensieri» (Is 55:8-9).

La fiducia di Dio in ognuno di noi è così grande che possiamo fare nostra la preghiera del salmista e dire: «Ogni giorno ti benedirò, loderò il tuo nome per sempre e in eterno. Grande sei tu, o Signore, e degno di ogni lode; la tua grandezza è insondabile. Tu, o Signore, sei misericordioso e compassionevole, paziente e pieno di amore. Tu, o Signore, sei buono con tutti; la tua misericordia si estende su tutte le tue opere. Tu sei giusto in tutte le tue vie, o Signore, e santo in tutte le tue opere. Tu sei vicino a tutti quelli che ti invocano, a tutti quelli che ti invocano con sincerità» (Sal144:2-3, 8-9, 17-18). Incoraggiati da questa fiducia divina, ci uniamo al grande sforzo collettivo per realizzare il Regno di Dio in questo mondo, con tutta la nostra umiltà.

Il terzo passo è essere profondamente grati per il dono dello Spirito Santo, effuso in egual misura su ogni essere umano.

Nonostante i nostri limiti e le nostre incoerenze, possiamo tutti umilmente fare la nostra parte per collaborare alla realizzazione dei valori del Regno di Dio all’interno della rete delle nostre relazioni umane. La forza che ci motiva è la stessa paga di una moneta d’argento, che può rappresentare il dono dello Spirito Santo, dato ed effuso in egual misura su tutta l’umanità da Gesù, secondo la volontà di Dio Padre, quando la sua missione si è compì con la sua morte in croce e la sua risurrezione. L’identica forza e lo stesso valore dello stesso Spirito Santo garantiscono il nostro continuo processo di conversione e ci fanno perseverare, lavorando ogni giorno nella Chiesa per la causa del Regno di Dio Padre.

Attenzione: gli ultimi saranno i primi e i primi saranno gli ultimi!

Gli operai della prima ora si lamentarono con il padrone perché tutti avevano ricevuto la stessa moneta d’argento, anche se alcuni avevano lavorato più ore e altri meno. Quei pochi che sono più impegnati nella comunità e interamente dediti all’azione socio-trasformativa della Chiesa, agendo nel nome di Cristo e dei valori di pace, giustizia e fraternità del Regno di Dio, potrebbero rischiare di sentirsi superiori agli altri. I farisei e i dottori della Legge, al tempo di Gesù, giudicavano gli altri dall’alto in base alla loro obbedienza o disobbedienza ai comandamenti della Legge. Tuttavia, il dono dello Spirito Santo (la stessa moneta d’argento) può redimere la vita di coloro che sono più invischiati nell’esperienza dei vizi e dei peccati, e di coloro che sono più lontani da Dio e dalla Chiesa. Perciò, non lamentiamoci perché Dio è buono e misericordioso verso tutti, i giusti e i peccatori. Chiediamo a Dio Padre che, con la forza dello Spirito Santo, i nostri cuori siano sempre aperti ad accogliere con amore gli insegnamenti di Gesù, suo Figlio, l’Amato, rallegrandoci peri ogni passo di conversione compiuto da noi e dagli altri, sognando la nostra e la loro antica santità.

Don Vito Colella