XXVI Domenica del Tempo Ordinario

L’importanza del pentimento per la conversione

Le prime parole pronunciate da Gesù all’inizio del suo ministero pubblico sono un invito al pentimento: «Pentitevi, perché il regno di Dio è vicino!» (Mt 3,17b). L’evangelista Matteo riprende quanto già scritto nel Vangelo di Marco: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo» (Mc 1,15). Il pentimento sincero è il primo segno concreto del cammino di conversione di una persona. Nessuno di noi è perfetto; siamo tutti peccatori, ogni essere umano porta nella propria personalità e nel proprio modo di vivere la fragilità della propria condizione di creatura limitata; percepisce la vulnerabilità della propria struttura fisica, psicologica e spirituale, continuamente tormentata dai “demoni” dei propri istinti, sentimenti e pensieri egoistici. La responsabilità di decidere di cambiare uno stile di vita ancora imperfetto e incoerente è individuale. La luce che emana dai comandamenti delle Sacre Scritture indica la retta via e quella sbagliata; la voce della coscienza mette continuamente in guardia dalle tentazioni e dai vizi che ostacolano o invertono gli ardui passi verso un cambiamento di vita. Un sincero pentimento garantisce la possibilità di sperimentare una conversione liberatrice, progredendo così verso l’ideale di santità. La profezia di Ezechiele ci incoraggia a riflettere sulle dinamiche del pentimento, poiché afferma: «Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso. E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà» (Ez 18,27-28). Il pentimento è un sincero dolore per un peccato commesso, accompagnato dal desiderio e dalla decisione di cambiare vita. La Parola di Dio di questa domenica ci offre tre importanti indizi che creano le condizioni affinché si verifichi l’esperienza del pentimento.
Primo consiglio: la pratica dell’esame di coscienza

La pratica dell’esame di coscienza è un esercizio di discernimento. L’apostolo Paolo, scrivendo ai Filippesi, ci offre un bellissimo esempio di discernimento. Invita la comunità cristiana di Filippi a valutare se, nei rapporti tra i suoi membri, «vi sia incoraggiamento reciproco nell’amore, nella comunione dello Spirito, nella tenerezza e nella compassione» (Fil 2,1). Questi sono atteggiamenti positivi che «rendono completa la gioia [dell’apostolo]» (Fil 2,2a). Pertanto, Paolo esorta la comunità ad avere come ideale l’unità nella carità: «Cercate lo stesso amore, siate concordi, cercate l’unità» (Fil 2,2b). Tuttavia, san Paolo sapeva che nessuna comunità è perfetta nel testimoniare l’amore fraterno. Ci sono sempre conflitti. I peccati che danneggiano l’unità nella carità sono i seguenti: «agire per rivalità o per vanagloria» e il desiderio di ciascun membro di considerarsi superiore e più importante degli altri, facendo prevalere i propri interessi. Perciò, egli esorta i Filippesi a non permettere che prevalgano questi atteggiamenti egoistici. Oltre all’ideale di unità nella carità, è necessario scegliere uno stile di vita improntato all’umiltà. E insegna che l’umiltà e l’obbedienza alla volontà di Dio Padre furono scelte fondamentali dello stesso Gesù Cristo (cfr. Fil 2,3-5). L’invito ad avere tra i membri della comunità «gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» e a contemplare l’intera missione di Gesù attraverso il meraviglioso cantico di Filippesi 2,6-11, significa permettere al Vangelo e ad altri testi biblici di illuminarci, interrogarci e aiutarci a compiere un serio esame di coscienza, perché non c’è buon discernimento della vita senza un incontro orante con la Parola di Dio. Possa ciascuno di noi sentire il desiderio di lasciarsi illuminare, nel proprio esame di coscienza, dalla luce della Parola di Dio e pregare con il salmista: «Mostrami le tue vie, Signore, insegnami i tuoi sentieri» (Sal 24,4).

Secondo suggerimento: la contemplazione della misericordia e della tenerezza divine e l’incessante invocazione dello Spirito Santo.

L’esame di coscienza, compiuto in una celebrazione comunitaria o individualmente, ci permette di riconoscere i peccati commessi: peccati di parole, pensieri, atti e omissioni. Il sincero dolore derivante dal riconoscimento dei peccati ci aiuta a sentire la consolazione che proviene dalla contemplazione dell’infinita misericordia divina. L’apostolo Paolo, scrivendo ai Romani, dice: «Dove il peccato ha abbondato, la grazia ha sovrabbondato» (Rm 5,20b). Il salmo di questa domenica, come quello della scorsa, ci aiuta ad assaporare la grandezza della misericordia divina verso tutti i peccatori: «Ricordati, Signore, mio Dio, della tua tenerezza e della tua compassione, che sono eterne! Non ricordare i peccati della mia giovinezza, né le mie colpe e le mie offese! Ricordati di me, perché tu sei misericordia e bontà sconfinata, o Signore!. Tu, Signore, sei misericordioso e giusto, e guidi i peccatori sulla retta via. Tu guidi gli umili nella giustizia e insegni ai poveri la tua via» (Sal 24,6-9). In questo atteggiamento di preghiera e contemplazione della misericordia divina, il nostro pentimento si arricchisce di coraggio e fiducia, non tanto per la nostra buona volontà, quanto perché abbiamo imparato a invocare incessantemente lo Spirito di verità, che già dimora in noi e «viene sempre in aiuto delle nostre debolezze» (Rm 8,26). Perciò lo invochiamo dicendo: «La tua verità mi guidi e mi conduca, perché tu sei il Dio della mia salvezza; in te spero, o Signore, tutto il giorno!» (Sal 24,5).

Terzo suggerimento: la forza della testimonianza di vita dei più poveri e sofferenti

Gesù era un attento osservatore. Sapeva che i sacerdoti del tempio di Gerusalemme e gli anziani del popolo, che componevano l’assemblea del Sinedrio, si consideravano superiori agli altri, vantandosi di praticare fedelmente la religione ebraica perché si sforzavano di obbedire ai Dieci Comandamenti e agli altri precetti della Legge contenuti nella Torah (Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio). Disprezzavano le prostitute. Criticavano ed espellevano i pubblicani dalla sinagoga e dal tempio perché erano corrotti e funzionari dell’Impero Romano. Quando Giovanni Battista predicò il battesimo di conversione, chiedendo a tutti di pentirsi dei propri peccati, le prostitute e i pubblicani accettarono l’invito del profeta e si sforzarono di cambiare le loro abitudini e le loro vite peccaminose. Questo gruppo di peccatori fu paragonato da Gesù al figlio che inizialmente rifiutò l’invito del padre a lavorare nella vigna, ma poi si pentì e andò. Al contrario, gli anziani del popolo e i sacerdoti si limitavano a esaminare la predicazione e l’atteggiamento del profeta Giovanni, senza nemmeno rendersi conto di essere anch’essi peccatori, bisognosi di pentimento e del battesimo di Giovanni per la conversione e per prepararsi all’imminente venuta del Messia. Gesù li paragonò a quell’altro figlio che rispose subito “sì” all’invito del padre a lavorare nella vigna, ma poi finì per non andarci. Questo è un altro esempio di discernimento e di autoesame da parte di Gesù per aiutare i capi della religione ebraica a essere più umili, a pentirsi e a credere nel Vangelo. Nel nostro pellegrinaggio terreno, partecipando attivamente alla vita della Chiesa, ricordiamo significative testimonianze di pentimento, conversione e liberazione di diverse persone. Le storie che raccontano rivelano eventi dolorosi, sofferenze e abusi subiti, e miseria materiale, morale e spirituale. Quanto più drammatiche sono le storie di queste povere persone sofferenti, tanto più edificante e luminosa è la testimonianza del loro incontro con Cristo Redentore, che le ha salvate dalle profondità della loro esistenza grazie al contributo provvidenziale dei fratelli e delle sorelle della Chiesa, diventati messaggeri della misericordia, della tenerezza e della compassione di Dio Padre. Per Cristo, con Cristo e in Cristo, hanno scoperto di essere stati fin dall’inizio figli e figlie amati di Dio e sono diventati luce delle nazioni in comunione con Gesù, il servo sofferente.

diac. Vito Calella