Denatalità, le Acli: “Il Governo attui politiche familiari efficaci per fermare questa emergenza sociale”

Le culle del nostro Paese sono sempre più vuote: è quanto certificano i dati provvisori diffusi dall’Istat, mostrando una tendenza ormai consolidata e preoccupante, che l’anno scorso ha addirittura accelerato. Per il decimo anno consecutivo, il numero di neonati in Italia continua a diminuire. Dal 2008, ultimo anno in cui si è assistito in Italia ad un aumento delle nascite, il calo è di 197mila unità (-34,2%).

Il calo delle nascite è determinato da due fattori principali: la contrazione della fecondità e l’invecchiamento della popolazione. Le donne in età riproduttiva (15-49 anni) sono scese a 11,5 milioni, un calo di circa due milioni rispetto a dieci anni fa. Su ciò esercita un peso anche la posticipazione delle nascite, fenomeno di significativo impatto sulla riduzione generale della fecondità, dal momento che più si ritardano le scelte di maternità più si riduce l’arco temporale disponibile per le potenziali madri. Di fatto, il numero medio di figli per donna è sceso da 1,24 nel 2022 a 1,20 nel 2023.

La riduzione della natalità riguarda prevalentemente nati di cittadinanza italiana, ma colpisce anche gli stranieri nonostante sia proprio l’immigrazione a svolgere un ruolo importante nel contesto demografico. Gli stranieri nel 2023, oltre a frenare il calo della popolazione con un saldo migratorio che compensa quasi del tutto il saldo naturale negativo, contribuiscono a rallentare l’invecchiamento causato anche dall’emigrazione all’estero degli italiani (108mila), non compensata dai rimpatri (55mila).

La contrazione del numero medio di figli per donna interessa tutto il territorio nazionale, sebbene in maniera diversa, ma nelle aree interne del Paese il calo demografico è più marcato che altrove. Uno dei pochi dati in controtendenza riguarda la capitale: a Roma nel 2023 si è registrato un vero e proprio baby boom, con 22.948 nati rispetto ai 21.635 del 2022, ovvero +6,07% di nascite. Un dato su cui sicuramente incide l’elevato numero di stranieri presenti in città.

Questa preoccupante tendenza solleva gravi interrogativi sul futuro della nazione, poiché un Paese in cui le nascite annuali non riescono a superare i decessi è destinato non solo a una stagnazione, ma anche a un declino inesorabile. Gli effetti, infatti, sono ovvii e non tarderanno a manifestarsi, primo fra tutti il crollo del welfare, a danno degli ultimi. Nel lungo periodo, inoltre, ci sarà una popolazione sempre più anziana e fragile di cui sarà progressivamente sempre più difficile prendersi cura.

Il calo della natalità non risparmia problemi anche per quanto riguarda la tenuta del già precario sistema sanitario e di quello pensionistico. Come afferma il Patronato Acli, che ogni anno incontra oltre 3 milioni di persone, il sistema previdenziale attuale è un sistema non a capitalizzazione bensì a ripartizione: il lavoratore non si paga la propria pensione con i contributi versati, bensì la sua pensione gli viene pagata dai lavoratori attivi che in quel momento lavorano. Quindi in un sistema a ripartizione e non a capitalizzazione, per poter pagare le pensioni ci vogliono altrettanti, se non un maggior numero di lavoratori, rispetto ai pensionati, e sappiamo che già oggi il rapporto è di circa 7 pensionati su 10 lavoratori: questo rapporto potrebbe raggiungere il 10 su 10, e questo creerebbe una situazione del tutto insostenibile.

La denatalità è un fenomeno complesso che va, innanzitutto, posto in cima all’agenda della politica per essere affrontato con un approccio sistemico, multitasking e integrato. Al contrario, l’impressione è che, nonostante gli allarmi lanciati e le discussioni avviate sul tema, il Governo, pur apparendo interessato alla questione, manchi di un progetto di promozione della natalità lungimirante e di azioni interconnesse. Alcune misure sembrano addirittura cozzare contro l’obiettivo di invertire questa tendenza negativa andando a indebolire proprio le politiche di inclusione. Un esempio è la dichiarazione del Ministro Valditara di porre un tetto alla presenza degli stranieri nelle classi, quando i dati ci mostrano come gli stranieri siano proprio uno dei pochi pilastri su cui ancora si regge la scarsa natalità del nostro Paese.

Misure isolate, come l’introduzione dell’assegno unico, l’esonero contributivo biennale per le lavoratrici madri o altre forme di interventi spot, non sono sufficienti per affrontare efficacemente un problema che per natura richiede interventi strutturati su strategie a medio e lungo termine che superino l’orizzonte limitato dei singoli governi.

In sostanza, se è vero, come è vero, che politiche per la natalità richiedono un arco temporale di alcuni decenni per dispiegare i loro effetti, è quantomeno autolesionista non assumere una prospettiva politica di lungo termine per il bene comune.

Un Paese che risente delle conseguenze delle molteplici crisi attraversate negli ultimi decenni e mai pienamente affrontate e superate e dove la fiducia nel futuro latita e le opportunità scarseggiano, tanto da perdere ogni anno un cospicuo numero di giovani che va all’estero, ha urgentemente bisogno di creare le premesse per invertire la rotta.

Come Acli pensiamo, innanzitutto, ad interventi per garantire un reddito di dignità e misure di agevolazione per l’accesso alla casa, perché non bisogna dimenticare che tra le principali cause della denatalità c’è il diffuso senso di precarietà tra i giovani, dovuto principalmente al lavoro povero e alla difficoltà ad avere una abitazione. Ma anche a misure di decontribuzione fiscale, a politiche di conciliazione, ad un piano per servizi alla famiglia efficienti, a efficaci politiche di accoglienza. E da ultimo, ma non per ultimo, la promozione di un approccio culturale meno basato sull’individualismo consumista e più sul senso di comunità. Un mix di politiche economiche e sociali e culturali, insomma, che ha già dimostrato la propria efficacia in alcune aree del Paese, come dimostra, ad esempio, il Trentino-Alto Adige, che da anni è la regione italiana più prolifica grazie alle sue politiche family friendly.

Dalla ripresa della natalità passa il futuro del nostro Paese, una sfida, questa, che riguarda tutti. La strada da seguire deve essere rinnovata e segnata con passo deciso, convinto e convincente che non può più prescindere da alcuni capisaldi: concretezza di azioni immediate, lungimiranza di politiche e strategie di ampio respiro e l’introduzione della valutazione dell’impatto di queste misure sui destinatari. Il family mainstreaming, quindi, come presupposto per l’attuazione di un sistema di politiche familiari e della natalità che sia finalmente efficace, promozionale e generativo riconoscendo le famiglie quali soggetto sociale e cellula fondativa della comunità.

Lidia Borzì, consigliera di Presidenza Acli con delega alla Famiglia e agli Stili di vita

Paolo Ricotti, presidente del Patronato Acli

Fonte: www.acli.it